Una ragazza normale
Annamaria Mantini nasce a Fiesole l'11 aprile 1953. Come il fratello Luca, di sette anni più grande, cresce alle Cure. Stessa parrocchia, stessi vicoli, stessa gente tranquilla che non fa domande.
Chi la ricorda la descrive sempre con le stesse parole: discreta, bionda, semplice. «Aveva un aspetto così dimesso», dice un'amica, «dimesso e casalingo, una ragazza all'acqua e sapone, tanto per benino.» frequentava la parrocchia, era scout. Aveva paura del buio quando tornava a casa la sera voleva essere accompagnata fino al portone, che le aprissero la porta. «Ho il terrore del buio», diceva.
Era più intelligente del fratello, dicono quelli che li hanno conosciuti entrambi. Più timida, meno portata a socializzare. Al fratello era legata da una unione viscerale, incredibilmente intensa.
Il padre muore quando sono ancora giovani. Lo zio paterno Lorenzo Mantini fa da padre ai due ragazzi, fino a quando, come dirà lui stesso in una deposizione alla questura di Firenze, non gli è più possibile esercitare alcun controllo su di loro.
Dalla parrocchia all'impegno politico
Annamaria ha diciannove anni nell'aprile del 1972, quando Luca viene arrestato a Prato. Sulle orme del fratello ha già sviluppato un impegno politico: cortei, volantinaggi, comizi. Ma frequenta ancora la parrocchia e il fidanzato lo trova in questo ambiente.
Dopo la sua morte i giornali sottolineranno come un'anomalia il suo passaggio dalla parrocchia ai gruppi dell'estrema sinistra. Quando, anni dopo, saranno ricostruite le biografie dei terroristi si capirà che molti di loro, nell'adolescenza, avevano militato nelle organizzazioni cattoliche giovanili.
Quando Luca finisce alle Murate, qualcosa cambia. Annamaria segue da vicino le vicende del processo di Prato. Durante i colloqui in carcere con il fratello comincia a familiarizzare con le donne dei carcerati entra nei loro problemi, si appassiona alle loro lotte. È il suo primo contatto vero con il mondo del carcere.
I compagni di Potere Operaio fanno una colletta e portano i soldi alla madre di Luca, una famiglia proletaria, ne hanno bisogno. In quell'occasione incontrano Annamaria. La madre, vedendoli, dice ai compagni: «Sono preoccupata per Luca, ma più di lui mi preoccupa lei, che senz'altro prenderà più coscienza ancora del fratello.» Il giorno dopo Annamaria va a cercare quei compagni. «Io voglio stare con voi»,dice, «con i compagni di mio fratello Luca Mantini. Fino in fondo.» da quel momento è sempre con loro, a tutte le riunioni, a tutti i dibattiti, a tutte le scelte.
Il fidanzato cattolico rimane indietro. Quel mondo non le appartiene più. Frequentando i compagni capisce che c'è un modo diverso di stare insieme. Inizia a militare in Potere Operaio. Poi entra nel Collettivo George Jackson, che Luca ha fondato dopo essere uscito dal carcere.
Il 29 ottobre 1974
Il 29 ottobre 1974 Luca muore in piazza Alberti. Annamaria è a Firenze.
I funerali di Luca Mantini
All'inviato del Corriere della Sera che vuole intervistarla risponde con le stesse parole che compaiono in quei giorni sui manifesti affissi sui muri di Firenze: «Dica questo di Luca: che è morto da comunista. Che da quando aveva sedici anni ha lottato come comunista.»Il 31 ottobre va all'obitorio a riconoscere la salma. È calma, composta. «Sì, è proprio lui, Luca»si china e depone tra le mani del fratello alcune pagine di un libro. Il libro è Col sangue agli occhi, di George Jackson.
Un mese dopo scrive a un compagno: «È inutile che io nasconda dietro la mia fede politica, che è maggiormente salda, la mutilazione grossissima che ho avuto.»
Un compagno che era in carcere in quel periodo ricorda la telefonata di Annamaria. «Ho bisogno di vedervi»,disse. Non disse vederti. Vedervi. Quando venne al colloquio il giorno seguente sembrava di una rabbia rivoluzionaria che non aveva mai visto in nessuno. Diceva: «Bisogna veramente attaccare le strutture di questo Stato.»